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Solidarietà e Legalità

Intervento di don Giovanni Momigli al Convegno sulla Carta dei Valori promosso dalla Conferenza dei Prefetti della Toscana

Palazzo Medici Riccardi 23 novembre 2007

Ritengo anch'io, come il prefetto Andrea De Martino, che "La Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione..." costituisca "uno strumento utile di orientamento dell'azione dell'Amministrazione per l'integrazione degli immigrati nella società italiana" (Introduzione a "L'immigrazione in Toscana nel 2007", p. VII).

E ritengo, anzi auspico, che questa Carta dei valori, possa costituire uno strumento utile per far crescere il livello del confronto e i contenuti del dibattito sul complesso e articolato fenomeno migratorio. Così come ritengo che il rapporto della Conferenza dei Prefetti dalla Toscana, "L'immigrazione in Toscana nel 2007", per le informazioni che offre e per gli stimoli che contiene, sia un'ulteriore e utile contributo alla conoscenza ed una spinta a rapportarsi in modo organico e strategico alle questioni dell'immigrazione, considerandola uno degli elementi strutturali del nostro vivere e della costruzione del futuro della nostre comunità locali.

Non è però mia intenzione, in questa sede, soffermarmi sulle molteplici iniziative positive diffuse sul territorio fiorentino e toscano né su quelle che sarebbe necessario attivare, sulle quali parla anche il rapporto della Conferenza dei Prefetti della Toscana, anche perché tante sarebbero le cose da affrontare, anche salla base di quanto detto dal professor Cardia nella relazione. Intendo invece esprimere alcune perplessità in merito ad alcuni aspetti del dibattito e ad alcuni elementi che caratterizzano la gestione del fenomeno immigratorio e le problematiche relative alla sicurezza. E voglio farlo avendo come sfondo anche la Carta dei valori.

"I valori su cui si fonda la società italiana sono frutto dell´impegno di generazioni di uomini e di donne di diversi orientamenti, laici e religiosi, e sono scritti nella Costituzione democratica del 1947... La Costituzione è fondata sul rispetto della dignità umana ed è ispirata ai principi di libertà ed eguaglianza validi per chiunque si trovi a vivere sul territorio italiano" (Carta dei valori, premessa).

"L´Italia è impegnata perché ogni persona sin dal primo momento in cui si trova sul territorio italiano possa fruire dei diritti fondamentali, senza distinzione di sesso, etnia, religione, condizioni sociali. Al tempo stesso, ogni persona che vive in Italia deve rispettare i valori su cui poggia la società, i diritti degli altri, i doveri di solidarietà richiesti dalle leggi" (Carta dei valori, 1).

Anche alla luce di principi come "dignità della persona", "uguaglianza fra i cittadini", "diritti fondamentali", "rispetto dei valori su cui poggia la società e dei diritti degli altri" nonché dei "doveri di solidarietà", non mi sembrano convincenti molte delle motivazioni che si portano a sostegno delle opzioni che si sostengono e delle scelte che si assumono in materia di immigrazione e di sicurezza. Più che le scelte in se stesse, che spesso hanno anche una loro ragionevolezza e che comunque in questa sede non intendo prendere in considerazione, non mi appare convincente la filosofia che sembra ispirare e stare alla base queste scelte.

Per cercare di rendere più trasparente il mio pensiero, voglio rifarmi all'esperienza che ho maturato come parroco di san Donnino dal 1991. Nella complessità di una situazione caratterizzata da una forte presenza di immigrati cinesi e da posizioni in campo diametralmente opposte, ed a mio avviso non sufficientemente fondate sull'effettiva realtà se non addirittura strabiche (un po' come appare il dibattito al quale ancora oggi assistiamo), ritenute comunque non adeguate per affrontare in modo positivo la situazione venutasi a creare e, soprattutto, per la costruzione di una società plurietnica e interculturale, ho trovato alcuni riferimenti che hanno poi indirizzato tutta la mia azione nella Nota pastorale della Commissione Giustizia e Pace della CEI, dal significativo titolo UOMINI E CULTURE DIVERSE: DAL CONFLITTO ALLA SOLIDARIETÀ.

In questo documento, fra l'altro, si trovano affermazioni come queste: "Scaturendo dalla dimensione sociale dell'uomo, dalla sua comune dignità, la solidarietà richiede reciprocità. Essa perciò non impegna solo il gruppo o paese che accoglie, ma anche chi viene accolto. Il suo fine non è l'assistenza dell'altro, ma la crescita degli uni e degli altri, pur attraverso contributi diversi. Fa parte della stima dell'altro non solo l'offerta di accoglienza e di aiuto, ma anche l'attesa di una risposta analoga". (n° 25)
E ancora: "...non va però dimenticata la necessità di regole e di tempi adeguati per l'assimilazione di questa nuova forma di convivenza, perché l'accoglienza senza regole non si trasformi in dolorosi conflitti. Sia il rifiuto del "nuovo" come il suo accoglimento non organizzato sono spesso, alla fine, motivo di ritardi storici" (n° 33). Ed a quanti ritardi storici dobbiamo oggi far fronte!

Concetti, quelli del documento CEI, che mi sono sempre parsi essenziali per orientare le scelte e le azioni per la costruzione di una società plurietnica e interculturale, ai quali mi sono sempre ispirato.

Concetti, però, che in molte situazioni e in certi ambiti mi hanno fatto sperimentare un pesante isolamento e non poche difficoltà, sia nei confronti di coloro che predicano la legalità, perché ritenuto troppo aperto agli immigrati, sia nei confronti di coloro che lavorano per l'accoglienza, perché mi hanno sempre percepito "ambiguo", se non addirittura organizzatore della repressione nei confronti dei cinesi, come qualcuno ha scritto, semplicemente perché ho sempre combattuto contro le concentrazioni etniche.

Non essendo mai riusciti a fare un vero e proprio salto di qualità nel dibattito sul fenomeno migratorio, soprattutto in assenza di un seria riflessione e di un vero confronto su che tipo di società vogliamo costruire, nelle nostre grandi città -sia pur con alcune differenze anche significative- la clandestinità, con le problematiche che essa comporta, ha mantenuto una certa consistenza; le situazioni di sfruttamento degli immigrati non sono affatto diminuite; lo sfruttamento dei minori è presente; i venditori abusivi sono proliferati; i lavavetri hanno riempito i semafori; le prostitute anche minorenni si sono moltiplicate; il forte degrado umano e ambientale si è fatto sempre più palpabile. E con tutto questo è aumentata la percezione di insicurezza, oltre che le dinamiche criminali vere e proprie. Con una metafora si potrebbe dire che dove non si è intervenuti sul nascere dei vari fenomeni con la cinquecento, perché considerata non umanitaria dagli uni o troppo blanda dagli altri, oggi si rischia di intervenire con il carro armato.

Senza entrare nel merito, perché non è questo l'oggetto della mia riflessione, solo a titolo di esempio mi domando: se non ci fossero state "molestie" e non ci fosse stato il "pericolo di conflitto sociale", come recita l'ordinanza del Comune di Firenze dell'agosto scorso, ai lavavetri sarebbe stato permesso di continuare a rimanere ai semafori?

Secondo una visione di società che presuppone apertura al nuovo e accoglienza organizzata nel rispetto delle leggi e della dignità della persona, come dice il documento CEI, sul fenomeno lavavetri, così come su altri fenomeni che oggi accendono il dibattito, bisognava intervenire da tempo, "sul nascere", o impedendone la presenza, perché non ritenuto dignitoso permettere la presenza e lasciare le persone a se stesse, producendo così anche false attrattive [e non si dica che non è tecnicamente possibile, perché oggi sembra esserlo. Se poi si dice che il clima politico non consentiva quel che oggi consente, si confermano le mie osservazioni], oppure codificando e regolamentando con quella creatività che le situazioni nuove richiedono. In tutti e due i casi, sia ai cittadini stranieri che ai cittadini italiani, si sarebbe mandato un segnale ben chiaro di cosa si intende per dignità e convivenza e quale tipo di società si intende costruire. Per la verità, anche limitandosi a permettere la presenza si è comunque trasmesso un messaggio: ma è quello che volevamo?

Con questo, non intendo affermare che se non si è intervenuti quando e come si sarebbe dovuto, avendo una chiara visone della società che si vuole costruire, oggi non si debba intervenire. Il mio ragionamento vuole solamente mettere in luce come gli interventi di oggi, anche se di segno diverso, sembrano ispirati dalla stessa filosofia che sta alla base del non intervento di ieri.

Il fatto che gli interventi dell'autorità pubblica arrivino sempre e solo quando le cose raggiungono un livello ritenuto di saturazione non è certamente un segnale positivo nei confronti degli immigrati e neppure dei cittadini italiani. Comunque, ed è questo il punto cardine del mio ragionamento, così facendo l'autorità pubblica, e con essa la politica, abdica dal ruolo di governo a favore del ruolo di controllo, rinunciando a quella dimensione etica, educativa e preventiva del governare che a me pare essere indispensabile.

Inserendosi nel dibattito in corso su immigrazione e sicurezza, nel suo editoriale su La Repubblica di domenica 4 novembre, Eugenio Scalfari afferma che "Educazione e prevenzione restano necessarie, ma il momento repressivo non può essere e non deve essere eluso".

E' vero. Il momento repressivo non può e non deve essere eluso, soprattutto in certe situazioni ed in certi momenti. Sono, però, altrettanto convinto che questo momento repressivo, oggi avrebbe un'altro spessore, un'altra drammaticità e soprattutto un altro respiro operativo e culturale se, a tutti i livelli, di fatto non carente la dimensione formativa, non fosse stata elusa quell'educazione e quella prevenzione che Scalfari dice essere necessarie, ma che nel dibattito quotidiano o è assente oppure è ritenuta impropria.

Sono infatti convinto -e questa è la base del mio ragionamento- che la grande assente nell'azione di governo delle nostre città sia stata e continui ad essere proprio la dimensione etica e pedagogica. Un dimensione che pare assente prima di tutto nelle molteplici azioni assistenziali, pur necessarie e doverose, che sono cosa assai diversa dalla vera e propria solidarietà, che esige progettualità e reciprocità. Del resto è proprio questa essenziale dimensione educativa che oggi sembra mancare a livello diffuso, a partire dalla famiglia.

Basta pensare, ad esempio, a quanto avvenuto per i telefonini nelle scuole. Fino a quando non sono rimbalzati sui mass media gravi ed inquietanti episodi, il semplice avanzare l'ipotesi che il telefonino in classe non fosse cosa educativa faceva apparire fuori tempo. Non è forse accaduta la stessa cosa per le top model adolescenti? Prima che il mondo della Moda di Milano accogliesse l'appello delle autorità sanitarie a mettere un freno alle top-model anoressiche, sia per la loro salute che per il messaggio che esse veicolano con il loro comportamento, se qualcuno si fosse azzardato ad affermare -come è pure avvenuto- che a quelle determinate scelte e quel particolare atteggiamento manca la dimensione educativa, oltre che essere nocivo per la salute e la crescita equilibrata della personalità degli adolescenti, non sarebbe forse stato additato e tacciato come persona moralistica e incapace di comprendere le esigenze della moda? La stessa cosa non è avvenuta e avviene per gli ambulanti abusivi o i graffitari o i lavavetri? Non si interviene perché la cosa non è giusta o non è dignitosa, perché la città che vogliamo costruire deve avere determinate caratteristiche di solidarietà e legalità, dando così un chiaro segnale della filosofia che muove i vari interventi, che fra l'altro esigono la proposta di percorsi e progetti, ma si interviene solo quando il fenomeno è diffuso, pone questioni e la gente protesta, con le problematiche che comporta intervenire quando un fenomeno è diffuso e coinvolge alti numeri di persone.

Al di là dei singoli interventi e delle valutazioni nel merito, che -ripeto- in questa sede non intendo affrontare, la riflessione che voglio proporre all'attenzione è proprio questa: il ritardo culturale e gli schematismi ideologici e moralistici, anche di molti opinionisti, che hanno caratterizzato e ancora troppo caratterizzano il pensare, il dire e l'operare, ha portato di fatto ad eludere la necessaria dimensione etica e educativa dalle scelte che si vanno ad assumere, facendo venir meno a queste scelte la loro valenza strategica. E, se manca l'educazione, la Carta dei valori non potrà mai trovare una sua concreta attuazione. Allora mi domando: senza la dimensione educativa, può esserci vera prevenzione? si può davvero osare un progetto di società che sappia coniugare bene privato e bene comune, principi e concretezza, progettualità ed emergenza e che abbia alla base la dimensione relazionale della persona e della società, che esige legalità, solidarietà e responsabilità; dialogo e identità; diversità e coesione sociale; pluralismo e interculturalità?